lunedì 29 aprile 2013

e (sempre)



Arcevia, 29 aprile 2013

Questi versi li ho scritti per una persona che sarà - in ogni caso - un per sempre.
E, se l'eterno è indicibile, è ancor più bello smarrirsi - per un attimo -  nel domani. 

Disegno Maurizio Barraco "Sola"

nascono strette con dentro né il principio né la fine
anche se l’eterno è indicibile e il domani un verbo da coniugare
mi perdo in questa nostra analisi grammaticale
- un magma questo rincorrerti – mentre resti fermo
a non capire quanto sia antico il nostro abbraccio

e (sempre) premo questo petto
affinché tu possa esagerare di me

ma – intanto – cerco una nostra memoria.
ho attraversato questi binari sfuggendo ai ricordi
un contorno a matita e gomma per cancellare
quel solstizio d’estate che anticipò il mio essere un “forse”
mi traghetto in te come fossi inconfessabile

(momentaneamente io scindo il nostro divenire in versi)

    e (ancora) rivesto questo cuore
affinché tu possa mescolarti in me



video poesia "e (sempre)"  federica sabbatini
immagini e voce federica sabbatini
musica Marcel Pequel - Nine






domenica 21 aprile 2013

ad un amico (finché saremo capaci di trattenere il vapore acqueo di un ricordo)


Arcevia, 18 aprile 2013

Queste parole sono state scritte per un arrivo. La persona a cui le ho regalate già le possiede e spero che possiamo entrambi - in qualche modo - trattenerle affinché tutto non divenga  vapore acqueo. 

ad un amico (finché saremo capaci di trattenere il vapore acqueo di un ricordo) 



un distacco le distanze. mi porgo
quasi fossi un tratto già conosciuto
(la nostalgia ci accomuna)
per il passato o il futuro
- o per un istante mai esistito –

vi sono sogni disconosciuti
(persino dai poeti)
e sorrisi e lontananze e risvegli
a rincorrere parole, versi o frasi
(o il vapore acqueo di un ricordo)

 tu hai già perdonato il mio bianco e il mio nero.


martedì 16 aprile 2013

a volte invece accade che un pittore accetti la confusione di quel blu - dipinto Giuseppe Faraone.

Il pittore e il mare - olio su tavola Giuseppe Faraone

dove osano i silenzi delle maree?
nascono pianti che pure i pittori sanno raccontare
e colori che perfino i poeti sono capaci di spargere
(per ogni tratto una spinta a voler crollare aldilà)

ci si confonde a dipingere il mare
- le onde imbrogliano le distanze –
e quei deliri a catturare le sfumature
si immaginano i confini tradendo l’immensità

(a volte invece accade che un pittore accetti la confusione di quel blu)

Di Nicola Vacca su "Perdonate il Bianco e il Nero"

DI NICOLA VACCA SU "PERDONATE IL BIANCO E IL NERO"

La poesia è spogliarsi e non avere paura della propria nudità. Per questa scelta coraggiosa passa inevitabilmente il poetare autentico. Non è facile incontrare poeti che hanno deciso di prendere la strada della naturalezza e raccontare nei loro versi le vibrazioni emotive del loro modo di stare nel mondo.


Federica Sabbatini con Perdonate e il bianco e il nero (Onirica Edizioni) ci regala una poesia intensa che ha una profonda e riconoscibile radice emozionale. E se, come scriveva Ezra Pound, l'emozione è tutto, non possiamo arretrare di un millimetro davanti al meraviglioso alfabeto delle passioni che Federica cataloga con la voce del cuore nella sua poesia che tende liricamente e non solo a costruire per i nostri passi un cammino che suggerisce il percorso di infinite strada da seguire per non arrendersi all'inerzia che avanza.

Federica si definisce "soltanto una che si è ordinata d esistere". La sua poesia altro non è che un canto meraviglioso d'amore per questa nostra vita, una variabile impazzita al quale, nel bene e nel male, nel bianco e nel nero, apparteniamo. Ogni verso chiede conto all'urgenza delle cose e attraversa in punta di penna i pochi gesti rimasti che forse ci salveranno, anche se sulla strada gli ostacoli sembrano insuperabili. Alla fine e in maniera scomoda Federica non si nasconde mai dietro quello che scrive e partecipa alla vita con una nudità che non ha paura di mostrarsi.

La poesia per essere vera ha bisogno di una cosa soltanto : " la possibilità di non avere una base su cui indicare l'altezza / e dei nessi che non esistano, / una bussola che nasconda il nord e il sud / così da potermi affidare al respiro del vento"
Federica da sempre si scontra con la vita, unica arma la penna per essere l'inesprimibile che si fatica a tracciare perché lì è di casa l'essenziale invisibile agli occhi che partorisce il sogno e dà voce al cuore che non può smettere di parlare.

Nicola Vacca

lunedì 15 aprile 2013

Recensione su "Perdonate il Bianco e il Nero" a cura di Alessandro Moscè.

FEDERICA SABBATINI: 
IL BIANCO E IL NERO DEL DESIDERIO



La poesia italiana contemporanea è ancora alla ricerca di un’identità forte che possa permettere di tracciare una linea di demarcazione, una via sicura tra le molteplici voci che ci capita di leggere e di discernere, così da compilare una mappa orientativa. Tra le donne si registra un grande fermento: la forma poetica si dispone per antonomasia a raccogliere la dolcezza e il malessere del nostro tempo come vera e propria cartina di tornasole. La marchigiana Federica Sabbatini (nata nel 1978 ad Arcevia) fa prevalere un graffio di donna che segna il corpo bianco, un’anima indefessa, un’atmosfera nebulosa. Si condensa un vortice di pensieri sparsi, come fossero soffiati da un vento fastidioso e necessario, puntualmente metaforico. I versi scuotono, sobbalzano, vacillano sul limite della conoscenza umana sotto forma di allegoria. Seguono un’invasione che nasce dalla dicotomia, dalla contraddizione di un’età al femminile: sono la somma di una vita giovane, ma già ferita (e redenta) in espressioni per lo più figurate. Perdonate il bianco e il Nero (Onirica 2012) si compone di azioni, di gesti meccanici, inutili ma sintomatici: “Truccati il viso, / vestiti bene / e non scherzare…”. Oppure: “Ha stretto forte gli occhi /così prepotentemente da partorire una ruga”. Federica Sabbatini totalizza l’esistenza, la rende estrema, come un elastico tra la nascita e la morte, tra due opposti che si toccano nell’atto cruciale del compimento (cioè del vivere). La parola compie il suo destino che dal dolore si eleva all’individuazione di un mondo privato che non può essere solo composto di banale quotidianità. Il bianco e il nero rappresentano il salpare verso una destinazione invisibile, un’àncora di salvezza che la scrittura fissa e restituisce alla persona stessa che la definisce (“Scrivo per capire ciò che scrivo”, diceva Moravia). Ecco allora che la poesia deraglia volontariamente, si fa simbolo immemore: “Ho rintracciato il coraggio di sognare / rovistando nel mio disordine / e quando ho scelto di prendere forma / le mie speranze sono state scalpellate in deliri…”. Il sogno non è evasione, ma spettro ossessivo, brandello di ricordo. “Cosa ne sanno dell’odio che ascoltiamo? / Nulla se non regalassimo loro l’attesa di una lacrima”. Federica Sabbatini affronta la realtà utilizzando una parola evocatrice, primordiale, vibratile. Ogni atto esprime una sensazione e un’immaginazione che mordono. La risonanza di questa parola rivela anche un’appassionata devozione per la pronuncia solenne. Il mondo dell’amore, in particolare, è emblema di luce e di buio. Torniamo sempre all’eterno presente del bianco/nero, della condivisione di ciò che si pone in un contrasto di forze. Le frasi si attorcigliano, si intersecano come fossero viscere. Del resto questa poetessa scrive con la pancia. E’ preda di un umore in rapida evoluzione che compone pazientemente il linguaggio. In questo procedere rapsodico ricorda certi echi di Patrizia Valduga e di Alda Merini. “Io non appartengo alla seta, / ma ad incanto e furore e grida…”. Alcune definizioni ritagliano uno spazio di libertà nel segno dell’anticonvenzionale, perché la composizione tra l’essere e il dire appaia più netta e la poesia sia l’arma di difesa contro ogni agguato, la reazione allo stesso male endogeno. Insomma, non si potrebbe centellinare in altro modo il bianco/nero così impudico, se non con l’esigenza di attingere alla propria pienezza, ai risvolti del proprio io, uno come tanti altri, simile a tanti altri, eppure così diverso e così originale. La lirica dell’io, quindi, che però è chiamata a parlare per sé e per gli altri, a far capire che quando si tace c’è un altro modo di “confessarsi” che solo la poesia può restituire. Un rovistare come in vecchi armadi per tirar fuori ciò che non deve rimanere confinato in uno spazio residuale: la voce, semplicemente, del desiderio.

Alessandro Moscè




Il libro si può acquistare direttamente dal sito della casa editrice cliccando QUI

sabato 13 aprile 2013

Una nostalgia al rovescio.



Dipinto Edward Hopper

si ribaltano i giorni – ad ogni avanti un indietro.
è primavera ma ogni petalo sta già cadendo
e  trasuda ogni istante di una nostalgia al rovescio.

non c’è ancora il tono di luce giusta per abdicare

e appoggio souvenir lungo questi versanti
- ancora un sorso e brindo allo stupore di un respiro -
poi rubo per l’inverno a venire il seme che non interri

la poesia? un rifugio pieno di mine

e certi abbracci hanno in se l’amaro di un eterno
corrompo il destino con una sigaretta e un bicchiere di rhum
per il momento avrete (di me) il mio contrario.

trattengo l’attesa – nuda - come fossi speranza. 


venerdì 5 aprile 2013

il discendere di parole nell’intimo divaricato


federica sabbatini
foto f.sabbatini

a volte invento - in questo nostro intrecciare -
il discendere di parole nell’intimo divaricato.
frasi non pronunciate e pianto sul ventre
affondi e mi impugni - eppure quel canto tarda a venire -
solo voci a non azzardare il dischiudere di ieri
e incanti privi di lirica. continui ad annullarmi.

mi spieghi a riva come fossi mare

e consegni la mia mente al di là della presa
maree e sospiri escono a far sì che l’istante rimanga tale
e non si smarrisca nella menzogna dell’eterno.
dopo di che si ritorna a dissimulare la paura
e mi frammento pensando alla sorte di una goccia.
tu rifletti il mio andare come fossi specchio.



mercoledì 3 aprile 2013

(io ho deciso semplicemente che i capelli mi scivolassero addosso)

Disegno Maurizio Barraco

- comandare i miei sì ed i miei no -
(io ho deciso semplicemente che i capelli mi scivolassero addosso)
fino a sentire i pensieri lungo il corpo
e istanti per procedere ed arretrare la dita
lungo i fianchi dell’incedere
(per ciascun passo sboccia una minaccia)
e una lacrima che approda nelle cecità.

ricordo che a mia madre fu insegnato il silenzio
e acconsentimenti e l’amore per quel “Dio”
che creò le nostre impronte solo per farci ripiegare le ali
e ci disegnò il peccato negli occhi, nel cuore e nei seni
- ci concesse il dovere di retrocedere e non il diritto di avanzare -
e qualcuna morì indugiando sulla vita - a sospirare una franchigia.

abbiamo camminato per la strade
con negl’occhi la consapevolezza di essere belle
(ci è voluto del coraggio e un po’ di paura)
io riuscì a fare l’amore con le libellule
– lei s’imbatté nell’orrore  –
ma non potrà accadere per sempre
che si debba morire per vivere (o per amare)
e che braccia larghe a non trattenere un rimpianto
possano franare a sbarrare parole, passi, vorrei e dita.

si corrisponde – è vero – per illogicità dell’odio
(seni che vanno oltre i figli fanno paura)
e ogni  guerra non ripaga le sue vittime
e ogni violenza resta stretta a segnare le notti e i giorni
ma se abbiamo occhi per guardare e mani per stringere
e il bianco per scriverci sopra
allora solo il vento potrà aver il diritto di farci cadere.


© federica sabbatini


Ogni liberazione è possibile se non si giustifica più l’odio, la violenza e l’ignoranza.

Disegno Maurizio Barraco

Secondo fonti dell’ONU una donna su tre, al mondo, è stata picchiata, forzata ad avere rapporti sessuali, o ha in qualche modo subito abusi almeno una volta nel corso della sua vita e questo accade in ogni parte del mondo.

Centotrentuno paesi del mondo, il mese scorso, hanno firmato la Carta ONU che condanna le violenze a danno di donne e bambine chiedendo per loro i diritti umani e di libertà fondamentali. Si tratta di un documento non vincolante e pertanto si può solo sperare che tutti i paesi che hanno sottoscritto riescano a tradurre l’accordo in atti concreti in quanto ogni donna ha il diritto assoluto di potersi assumere la responsabilità della propria vita.

È inaccettabile che, ancora oggi, una donna debba temere di esser tale. Finché ci sarà ignoranza, odio e giustificazione ad essi non si potrà mai davvero essere liberi. Troppe donne fino ad oggi sono state uccise o vittime di violenze dietro ad assurde scusanti come amore, onore e perfino Dio.

Disegno Maurizio Barraco
Spesso si sente parlare di violenza sulle donne al di fuori dei nostri confini di mondo occidentale ed è vero che in alcuni paesi la condizione della femminilità è ridotta a schiavitù, ma non possiamo pensare di aiutare o cercare di dare solidarietà se effettivamente, anche nella nostra realtà, si vive di compromessi e si muore “per amore”. Secondo dati che ho reperito in rete (fonte Telefono Rosa) nel 2012 in Italia sono state uccise novantotto donne (praticamente una ogni due giorni) e nella maggior parte dei casi si tratta di violenza domestica. In Africa si è stimato che nel 2013 saranno circa tre milioni le bambine che rischieranno l’infibulazione. In Cina, nelle campagne, due donne su tre sono vittime di violenze da parte del coniuge. In India avere una figlia femmina è diventato molto costoso - a causa della dote dovuta dalla famiglia al futuro marito - e si è calcolato che ogni anno vengono uccise circa 6.000 figlie femmine. In tantissimi paesi del terzo mondo le donne sono ridotte in schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo e questo accade in particolar modo dove sono presenti conflitti e turismo occidentale.

Io penso che ogni liberazione è possibile se non si giustifica più l’odio, la violenza e l’ignoranza.

federica sabbatini, 03 aprile 2013


Ringrazio l'artista Maurizio Barraco per avermi concesso l'utilizzo dei suoi disegni e ringrazio anche la sua capacità di interpretare l'universalità della donna attraverso la sua arte.

Potete visitare il sito dell'artista cliccando QUI

martedì 26 marzo 2013

Le ombre

Dipinto Anne Marie Göldi  - Luna -

“lacrime velate da una luna lontana
guardo in alto per ingannare le ombre.
impasto il cielo con i rami e ne faccio del rosso
da stendere lungo le sagome di queste ore al rovescio
(antitesi alla vanezza di queste frasi)
accanto ogni promessa metti tagliole”


“sono fatto così, non mi pongo mai in disuso
io non so guardare la luna e ingannare le ombre
ma accavallo le gambe dopo l’amore
- il cielo lo aggancio al tuo ventre in modo provvisorio –
non posso morire di nuovo assistendo a un addio
(non so scrivere - come fai tu - su una mescolanza)”


 “hai mai lambito con un solo dito il ramo più in alto
senza imbrogliare il mio venire lungo questi argini?
tu porgi dei ganci per impiccarmi a questo letto
e inzuppi le ore dei rimpianti nel tuo torace,
ma – potrai mai – ricolorare quel cielo di rosso
per farmi guardare in alto? Le ombre mi fanno paura.”

Potete visitare il sito di Anne Marie Goldi cliccando QUI

sabato 23 marzo 2013

Un marchio la mia verginità (disegno di Maurizio Barraco)

Disegno di Maurizio Barraco
Fructus Mater - Maria

dalla sabbia edificarono la mia casa
nelle mani strinsi un pianto – chiaro
era il non poter più scegliere il canto
delle dita a comporre il mio destino

avevo un petto e lunghi capelli
capaci d'incastrare gli sguardi
e dovetti fingere di godere nell’esser pura
- mi disegnarono un velo blu sul capo –

un marchio la mia verginità
con cui disimpararono l’amore
e ancora l’inganno vale come un ricatto
impresso nello scivolare delle vostre mani.

[vi chiedo perdono se non potei scegliere]





Il disegno è dell'artista Maurizio Barraco.


mercoledì 20 marzo 2013

smetti di impiccare i miei sospiri alla tua essenza (foto di Alessia Basso)

Foto ©Alessia Basso (tutti i diritti riservati)



abbattere le linee nei riflessi dell’alzarsi del sole
gli orizzonti sono un po’ più in là, dove il riflesso
diviene albatro e si leva in cielo come un pensiero

[…]

(ma tu non vuoi capire come si disfa un letto imbrogliando l’amore)

[…]

e confondi la mia follia con dolcezza
come un riverbero di alberi nel ristagnare dell’acqua
mischio le radici al suonare di una radio
e apparecchio questa ribellione con le stoviglie della festa
(piatti scheggiati a disorientare gli ospiti)

smetti di impiccare i miei sospiri alla tua essenza.

© federica sabbatini, 20 marzo 2013


Foto ©Alessia Basso.
Ringrazio Alessia Basso, fotografa per passione, per avermi permesso di utilizzare questa suo foto. Alessia è un’artista che crea nell’essenza della sua anima. L’arte quando sceglie qualcuno poi difficilmente l’abbandona. 

Potete visitare la sua pagina facebook cliccando QUI.



martedì 19 marzo 2013

e vorrei chiederti scusa se sono figlia

19 marzo 2013 

Non amo le ricorrenze, i giorni in cui una data sembra che ci ordini di amare, perdonare, celebrare. Oggi 19 marzo è San Giuseppe, la festa del papà, il giorno in cui si fa un regalo al proprio padre, se si è lontani gli si telefona, se non c'è più lo si ricorda con un po' di malinconia e tante lacrime. 

Io da piccola, come molti di voi, gli portavo un regalo che preparavo a scuola con la maestra. Poi crescendo ho smesso di fargli dei regali, ma mai di volergli bene.

Oggi faccio uno strappo alla regola. Gli ho scritto dei versi (che naturalmente non gli leggerò) essendo un po' timida in questo. È un regalo che non farà rumore, che sarà silenzioso, ma che, in qualche modo, so oggi lui carpirà da un mio sorriso.

ci sei. con ingratitudine pretendo che tu mi ami
- che tu sia base e vertice -
e che le tue mani strizzino il cuore e la fatica
per tenermi in alto e farmi scorgere il mondo da lassù

ho trovato nel cerchio un centro spostato un po’ più in là
- non mi hai mai restituito quel pianto –

le tue mani esplodono di calce e polvere e calore
e istanti a contenere dolore e incandescenze.
hai inselvatichito le amarezze degli anni
e ne hai fatto calchi sorrisi ed occhi a raccontare il sudore

e vorrei chiederti scusa se sono figlia
con il difetto incastrato nel seno
di chiedere che tu sia qui – ancora - a tenermi  in alto e
a non ricordarmi di quel centro rinviato un po’ più in là.


© federica sabbatini, 19 marzo 2013 

mercoledì 6 marzo 2013

raccolgo il seme della pelle come se fosse anima



un “appalto” e corrispondere senza sosta
amore e dismisure e non carpire i tratti
di queste mani pronte a trattenere la fuga

sai? ho tentato la fortuna puntando al silenzio
fino a scolorire il rosso del vocio delle folle
fino ad assolvere i fiori e le promesse e i ganci a tenere

calmo il respiro fino a volerne impazzire
( raccolgo il seme della pelle come se fosse anima)
e vorrei graffiare i tuoi pensieri fino a farne sciroppo

per alleviare il contraccolpo che ho avuto udendoti uscire
(raccolgo il tuo pigiama insieme a miei pezzi)
e so che ogni tramonto che mi regalerai sarà una bugia

atta a diffamare i sogni che erano nati da un incontro.
la luna è tramontata e le lacrime bruciano la pelle scolorita
(io indosso un cardigan e una camicetta e un grande dolore)


martedì 19 febbraio 2013

Disegno "Uccisa per odio" di Maurizio Barraco e poesia di Federica Sabbatini



Disegno Maurizio Barraco "Uccisa per odio"

strozzate nel male
che cinge seni e gambe
a scortare il corpo
nell’incanto dell’attesa di un tocco.

una franchigia
per il ventre (e il petto e le mani)
si avanza frenandosi dietro
(silenzi e capelli impigliati)
a contrastare un respiro.

E intanto muoia anche l’ultimo giglio
nel colmo di grida atte a scolpire l’essenza

(rimarrà solo un profumo
a coprire il nudo che avevo sognato)


 - scritto su disegno di Maurizio Barraco -





lunedì 18 febbraio 2013

Sono donna e non un peccato mortale.




Potrai mai verniciare le mie vanezze?

Sono donna e tu puoi solo fantasticare
delle visioni che ho quando mi versano da bere.
Se siedo è solo per pensare ancora e ancora
a quando non sapevo piangere di fronte ai riverberi.

“Non ti ho mai raccontato o forse l’ho fatto oltremisura”
- pensavo.

Ma il mio essere femmina mi fa scoprire i seni
anche se il tempo dei figli è passato
e quello dell’amore è ancora lungo.
Dubita di me, poiché io voglio essere contraddizione,
dubita di me, poiché non voglio disingannare la mia figura.

Sono donna e non un peccato mortale.

(Tratta dal libro "Perdonate il Bianco e Nero" - Onirica edizioni)

martedì 12 febbraio 2013

Io non l'avevo mai visto l'Adda - Su il dipinto dell'artista Giuseppe Faraone

Dipinto di Giuseppe Faraone - L'Adda
Dipinto Giuseppe Faraone - L'Adda

Io non l’avevo mai visto, l’Adda,
dolce riversarsi - come una donna -
un pennello che lusinga la schiena
rami piegati a voler baciare il fluire
e un pittore fermo ai margini
e inconsapevolmente intento
a impigliarmi ai riflessi
- riverberi  e rami e rivoluzioni -
e una tela ad arrestare uno sconvolgimento.

Una barchetta (timida)
si lascia dipingere
e prega Dio che il pittore
resti lì, ancora, a scrivere di lei.


- dedicata a questo dipinto di Giuseppe Faraone e alla sua amicizia -



domenica 10 febbraio 2013

"Tempo2013" di Massimo Gallo (MemoriaLiquida) ... i ricordi di quando la vita era a scolpire i giorni.

Video Tempo 2013 di Massimo Gallo... 



Un testo e foto, questi di Massimo Gallo (autore romano per il quale nutro una grande stima), che ampliano i ricordi di quando la vita era a scolpire i giorni.

“C’è stato un tempo”, recita, “in cui avevamo il cuore nelle mani” un tempo che molti di noi ricordano con dolce malinconia poiché quel tempo l’hanno vissuto o sentito raccontare dai propri genitori, dai propri nonni, dal vicino di casa, dagli anziani che ricordano un mondo a colori anche se le foto erano in bianco e nero. Un tempo che, in qualche modo, è ancora doverosamente nostro e che la sua parvenza non può far meno di ridestare in noi il contrasto tra la tristezza e la gioia di un passato denso di gesti ormai perduti, fosse solo per il fatto che il tempo se ne va e ogni epoca lascia l’opportunità ( o la responsabilità ) di non dimenticare, anche se, spesso accade.

“Non dimenticare da dove vieni sembrano dire le frasi e le foto che si susseguono a delineare con gli occhi di bambino ora fatto adulto, il cuore ancora rivolto agli anni trascorsi a sorgere con il sole, con la nostalgia per quelle carezze umide di terra  e che si ricorda di quanto tutto fosse piccolino da sopra le spalle di papà e che da lì sopra poteva  toccare il cielo -fosse stato solo travi grandi e nere – noi bambini ancora seduti sull’uscio ad attendere “la voce di madre” volare tra le spighe del grano e giungere a delineare un tramonto. Solo che quel bambino siamo tutti noi.

Sono flashback che appartengono a tutti, anche se cambiano di forma, anche se abbiamo diretto il film della nostra infanzia  in anni diversi poiché gli occhi dei bambini sono gli stessi a perdere fiato nella rugiada.

federica sabbatini



C’è stato un tempo
in cui avevamo il cuore nelle mani
e si cresceva con occhi curiosi,
fra abbracci e scarpe buone
solo per la domenica.

C’è stato un tempo
in cui il pavimento
visto da sopra le spalle di papà,
era lontanissimo al nostro sguardo
e da lassù tutto era piccolino.

C’è stato un tempo
in cui il soffitto era travi grandi e nere.
A guardarle con il naso all’insù,
da sopra le spalle di papà,
potevamo quasi toccarle.

C’è stato un tempo
in cui noi sorgevamo con il sole
e il pane cotto a legna
profumava sulla tavola del mattino

e un tempo in cui
le pietre delle pareti le conoscevi tutte
e un tempo in cui
il fumo del camino riempiva il cielo.

C’è stato un tempo
in cui il grande albero
batteva sulla finestra
e i vestiti stavano larghi
e i fianchi erano asciutti

e un tempo di corsa
a perdere fiato nella rugiada
e i sassi nel torrente
erano colorati di acqua e sole.

C’è stato un tempo
in cui nessun sorriso era amaro
e ogni abbraccio era di madre con grembiule

e un tempo in cui
la carezza di padre era umida di terra
e le gote e i volti si arrossavano
davanti al fuoco del camino.

C’è stato un tempo
in cui il sonno della sera
piegava il capo e il buio di fuori
era solo silenzio e stelle da contare

e un tempo in cui
nessun sogno era triste
e ogni alba profumava
come grano in attesa del vento.

C’è stato un tempo
in cui la minestra
era a scaldare sulla stufa
e le barchette, fatte di carta,
filavan giù al ruscello

e un tempo in cui
il lumi tremolavano e la cera
colava a far disegni strani
e la famiglia non era un quadro
appeso ad una parete.

C’è stato un tempo in cui
noi si guardava i grandi lavorare
distanti sul limitare dell’orizzonte,
sparsi sui campi,
fra grandi stivali e fazzoletti al collo.

Noi, cuccioli senza pettine,
a cantilenar canzoni e nenie
a ciondolar le gambe ossute
si stava,
fra rumore di scodelle
e canto dei primi grilli,
seduti al limitar dell’uscio
in attesa di voce di madre
che si inoltri tra le spighe
che raddrizzi le schiene
che fermi le braccia
che annunci la sera.

(Massimo Gallo)