martedì 26 maggio 2015

Chissà che giorno era.

Chissà che giorno era.

Forse era un mercoledì di maggio oppure una di quelle mattine in cui
non ti riesci a guardare allo specchio con gli abiti scelti la sera.
Magari, era solo un lunedì mattina in cui la pioggia aveva smesso di nascondere le frasi o,
forse,era uno di quei giorni in cui le ombre s'appoggiano ai muretti.
Che fosse stato un sabato sera!?
Uno di quelli in cui i calici si riempono di dubbi e 
le fioriere dimenticate piangono dinanzi ai poeti.

Non ricordo quand'è che mi nacque dentro,
non ricordo come poté accadere di scivolare in una parola.

martedì 3 marzo 2015

È molto piccolo un punto.

È molto piccolo un punto. 
Ho già indossato il giubbetto, 
uscire d’inverno fredda la pelle. 
Accorderei volentieri questa sera 
se solo avessi studiato musica e 
invece uso queste mani 
per imbrogliare un senso. 
Tu capiresti. 

Non puoi disertare quella carezza. 
Il fianco esige una preghiera, 
un pellegrinaggio, un voto. 
Poggio il respiro nell’aria gelida di febbraio,
è un respiro che freme un inizio, un debutto, 
un esordio in questa frase, come se 
mai nulla mi avesse toccato, grido di me stessa, 

rendo grazie, ai brividi sulla pelle, mi basto. 
Insostituibile per me stessa, 
serro le labbra a imprigionare un sussulto.

© f.sabbatini




 ph © federica sabbatini



Se sono qui è per respirare un’ultima volta.

[…]

“Se sono qui è per respirare un’ultima volta.”

“Che vuoi dire?”

“A volte arriva il momento di tirarsi indietro. Quando capisci che un frattempo era solo un pretesto per credere che i ciliegi potessero fiorire solo in quel giardino. Accordare ogni raggio di sole non prepara all’inverno. Nulla era diverso se non per trafugare una possibilità da questi anni. Era la verità che non confessavi nemmeno a te stesso a frantumare i giorni, quelli che ora avranno una differente accezione. Nulla era differente, nemmeno la rabbia, nemmeno il disgelo. Il tempo non conosce risposte e chiedere un parere a se stesso è come imbrogliare il proprio cuore. Ci sono fatiche che dobbiamo al vivere e fatiche che ci arrechiamo per il poco coraggio. Ritrovarsi a implorare ciò che la naturalezza imponeva e origliare le bugie indotte dalla paura. Eppure il mare lo abbiamo visto in tutte le sue sfumature e abbiamo steso addosso a lui i nostri vagheggi. E ora trovare un senso, no, non posso permettermelo, perché l’unica cosa che mi verrebbe da fare è affermare che tutto ciò lo vedevo, ma per crederti stendevo il buio sulla tela del divenire. Sono andata oltre me stessa, ora mi merito un altrove dove posarmi, scorporare questo snervamento e unirmi ai ciliegi.”

[…]

© f.sabbatini, 03 marzo 2015 




giovedì 26 febbraio 2015

il sale addosso

Amore mio,

occupo ogni giorno nell’attesa di un tuo sospetto, di un tradire quest’assenza con un misero respiro, un brivido da raccogliere nel freddo di quest’inverno e tradire la realtà di una memoria. Ricordo ancora mia madre che aspettava il suo uomo tornare dal mare; era nuda nel vuoto che si creava nel porto, era sola insieme a tanti, era come me, oggi, a non comprendere il perché di quel tratteggio nel cielo. Invocava quel Dio al quale era stata educata e mi teneva la mano bestemmiando i contorni della vita e benediceva la lontananza per averle insegnato ad estrarre se stessa dal bisogno materiale di un uomo. Solo l’amore le mancava, niente più di quell’abbraccio nel fresco mattino di un novembre in riva al mare.

Ora sono io che indugio sul tuo profilo, quel profilo che vidi per l’ultima volta un ventidue dicembre di non so quale anno, quel profilo che un alito rivelava nel freddo e quel profilo che ancor’oggi m’aggrava il giorno nel passeggiare in questo porto dove smisi di intendere il sussurro della tua presenza.

Attraccata c’è ancora la vecchia barca di Italo. Ricordi? Fu li che mischiammo i nostri sospiri e imparammo che le mani andavano oltre la fatica, oltre a quelle ferite che sparivano nel momento che ci colavamo addosso ogni misterioso respiro. Mi ricordo ancora ogni tratteggio che feci lungo la tua schiena mentre m’aggrappavo con tutta la forza alla tua pelle. La barca di Italo sta ancora là, anche lui se ne è andato. L’abbiamo sepolto accanto suo figlio. Dopo suo figlio. Quelle lacrime devono averlo ucciso, quelle gocce salate devono aver ammazzato un uomo che il sale lo aveva addosso fin dalla nascita. Un sorso, ti disseti e poi la vita non c’è più, nemmeno quella di un vecchio pescatore a cui era rimasta le nebbia.



E tu invece ancora ci sei. Non mi è arrivata mai alcuna lettera che contraddicesse la tua vita. Non mi è ancora arrivato nessun tuo messaggio. Lo sai? Mi hanno chiesto di smettere di scriverti, ma io so che a tenerti ancora in vita sono le mie parole, quelle che ti ho scritto dentro nelle notti in cui spiavamo i gabbiani riposare tra gli scogli, quelle che ti ho adagiato sui palmi delle mani quando mi aiutavi a scendere dalla finestra della mia camera per fuggire sulla spiaggia con la paura nel cuore d’esser scoperti dalla zia Rosetta. 

La Zia, anche lei piange. Le hanno detto che non può più insegnare. Non è d’accordo con questa vita. Un giorno a scuola disse che questa guerra non era giusta, credo che qualche bambino comprese che era così e volle spiegare a suo padre. I bambini comprendono sempre ciò che è giusto, ma un adulto è un adulto e purtroppo può disconoscere ogni bellezza. Ed oggi la zia veste di nero senza esser vedova, nel viso le scorre qualche ruga in più, le sue guance come scogli sulle quali il mare s’adagia. Gocce salate, le nostre.

Sai? Poi abbiamo smesso di piangere. Non si può rincorrere il dolore quando c’è gente che muore. In tanti, tranne te. Si è troppo occupati a sopravvivere, qui si pesca ancora, le lampare di notte illuminano le speranze oltre ad attirare qualche pesce. Escono quasi come fossero sogni, come tanti fari in mezzo al mare a rischiarare le nostre strade, le vostre, ad indicarvi ancora quest’isola, questo vento.


L’altra notte il mare si è alzato all’improvviso a soffocare il pianto di Maria. Il mattino le dissero che Piero non sarebbe più tornato. Le dissero che la morte non è il disegno di Dio, ma il disegno degli uomini. Solo loro sanno uccidere con un “perché”. Il resto è la vita. Ma Maria urlava che quel “perché” Piero non lo aveva mai scritto, lui non aveva mai imparato a scrivere, a lui bastavano gli occhi per fare poesie, le sue labbra, piangeva, avevano scolpito su i suoi fianchi i più incantevoli versi d’amore e le sue mani domandavano soltanto. Non aveva mai posseduto un perché ed ora non lo avrebbe più avuto di certo.

[…]


© f.sabbatini

venerdì 5 dicembre 2014

Poi sulla pelle di questo mare come un brivido.


Il maestrale a contrastare il fuoco.
Poche voci a ingannare lo spacco
delle onde sulla spiaggia deserta.
Qualche gabbiano qua e là a
scarabocchiare il cielo e sospiri impiccati
ad un silenzio che non vorrei sciogliere.

Poi sulla pelle di questo mare come un brivido.

Finiva la luce, ma era solo un illusione
da parte di un dire maldestro.
Il silenzio raccoglieva ogni passo urtando
il vociare profumato dei pini.
Io ti raccoglievo in disparte,
come fosse ancora primavera.

Poi m'accorsi da un tramonto
che le foglie delle viti dimenticate arrossirono
e trattenendo un verso
si mischiarono con il fuggire di un onda.

Isole tremiti, 02 novembre 2014

© federica sabbatini



lunedì 30 giugno 2014

domenica 18 maggio 2014

Sono una di terza classe - federica sabbatini da "Perdonate il Bianco e il Nero"

Lo so Capitano, che sono una di terza classe, ma, sa, non mene dispiaccio: viaggio in terza classe e ci sto bene. Qui si balla,qui si vive, qui si fa l’amore sopra i barili e si sente odore di vita.

No Capitano, non è puzza, è profumo di cose dette, di cantilenee tamburi, è un angelo che si mischia con il peccato, è un grido esistere.

Allora che ci faccio qui in prima classe? Sono un attimo salita a vedere, sono curiosa, sono venuta a origliare l’amore ricco e sa, non mi piace l’amore vostro... l’amore in prima classe è una banconota stampata, invece da noi l’amore sa di Gerbera e i petali sanno cadere. Cosa? Sono insolente? Mi vuole punire? E va be’, capitano, petalo più o petalo meno, intanto sono riuscita a vedere un brillante, è vero, brilla, ma solo sotto la luce. Io Capitano, forse, le sembrerò un po’ vanitosa, ma so brillare anche al buio, quando sogno, quando mi mischio alla luna e alle stelle, e grido le maledizioni al mare; la notte, quando scaccio le ansie con la fatica del giorno, dopo averlo stretto tra le mie gambe sui sacchi di juta. Cosa? Non sono cose che si addicono a una ragazza? Ma, guardi che l’ho vista ieri quando si avvinghiava alla Rosina, l’ho vista quando la pagava per un’ora d’amore. No, Capitano, non la giudico, ognuno cerca l’amore a suo modo, e, poi alla Rosina quei soldi servono, sa, ha un marito che è fuggito e due figli da sfamare; anzi, Capitano, ci torni anche stasera dalla Rosina, potrebbe innamorarsi. No, non si offenda: ho soltanto parlato d’amore... Ma perché voi ricchi vi scandalizzate sull’amore e poi non vi offendete di fronte all’odio? Ne ho visto tanto in prima classe, pensi, anche addosso ai vestiti, ai colli di pelliccia, ai cappotti, ai gioielli. Da noi si odia per cose vive, dove abitavano io ho visto litigare due contadini per una mucca, due fanciulle per il figlio del mugnaio e due ubriachi all’osteria di Mario per due bicchieri di troppo.

Sa, Capitano, voi forse avete la pelle che profuma di acqua di colonia, noi, Capitano, abbiamo la pelle che sa di esplorazioni, chi non esplora il dolore non può saper guardare oltre gli sguardi. Io l’ho vista Capitano: lei è uno che i dolori li scansa, ma sbaglia, sa? Il dolore va vissuto, maledetto, bestemmiato, divorato. Io è così che ho imparato a scorgere l’anima. È una gran cosa l’anima, sa Capitano, l’anima va oltre e, meraviglia, esiste. Io non ci credevo, sa? Ma le giuro che l’ho vista, pensi, anche in lei, perfino in quella megera della prima classe, non è una grande anima, ma ce l’ha anche lei. Ce l’abbiamo tutti. Allora, Capitano, stasera torni dalla Rosina e provi a carpirne l’anima, ci s’innamora di esse, sono le nuvole dei nostri cieli. Anche noi abbiamo un cielo, il mio la notte si riempie di stelle e ha la luna che illumina le nuvole. No che non sono sciocchezze, sono sogni, provi ad averne, li leghi al timone della sua nave e sa che orizzonti!

Ora, Capitano, le chiedo scusa se l’ho offesa, ma io le ho detto cosa pensavo e non l’ho fatto ostentando quella bruttezza e bramosia di sputare le cose in faccia, l’ho fatto porgendole il rispetto, l’ho fatto per farle notare la bellezza delle sirene della sua nave, l’ho fatto per poterle regalare una porzione dei miei orizzonti.


Buona notte, Capitano


federica sabbatini
tratto da "Perdonate il Bianco e Nero".

lunedì 3 marzo 2014

Domenica 09 marzo 
in occasione del 
Festival dell'Arte e della Creatività Femminile
 a Castellina Marittima...

Presentazione del libro "Perdonate il Bianco e Il Nero" di Federica Sabbatini...


lunedì 3 febbraio 2014

Colline in diserbo

Disegno dell'artista Maurizio Barraco

un disegno di beatificazione per te, cara puttana,
per te che non hai temuto il contrasto di una vita
e sommergi con coraggio distante e perduto
tutti i santi dei calendari appesi a descrivere le lune

pure tu sei tonda, piena, illumini e sposti il mare
con il solo abbraccio dichiari e non nascondi
il campo di ciliegi e quegli orti spogli di poesia
una lirica il tuo approdo in quell’eco di lealtà

e colline in diserbo il tuo corpo derubato dalle voci.


© federica sabbatini

lunedì 27 gennaio 2014

(mi hanno detto che a volte ho una piega nel labbro)



Era freddo. Il respiro si condensava
incidendo nell'aria un vuoto a perdere.
Prese della carta carbone e ricalcò
nell'orizzonte i profili di cui gli occhi
(non sono capaci).

C'erano labbra aperte solo un poco.
Il dire scivolava in un sussurro.
La tramontana aveva fatto chiudere i giubbotti,
(ma non i sospiri).
Le labbra restarono ferme a far intendere la vita.

(mi hanno detto che a volte ho una piega nel labbro)
nello specchio non la trovo - intanto che mi racconto
.

Pareti a spalmarmi addosso la quiete di un libro.

Era ancora inverno. Pioveva su quell'onda che tralasciavo
(ti parlai di un connubio)...
non ci si scosta mai da una parola che s'aspetta.
Verrà la primavera - di certo
ma l'onda tralasciata non potrà dare una risposta.

Ho posto lo sguardo un po’ più in là.
So che c’è sempre un altrove dove posarsi.


martedì 21 gennaio 2014

un pettirosso


mai nessuno mi è caduto così dentro
da farmi vociare di ogni fine del mondo
- ti ricordi? – ti ponesti al di là di te stesso
riponendo in quell’inchino un forse.
e posi dietro di me ogni raggiungere
senza strappare dalla vita il mio fulcro

(qualcuno ha avvistato un pettirosso)

farà freddo uno di questi sabati!
sarà festa mentre il mandorlo tarderà
a far scivolare i fiori lungo la propria pelle.
chissà se avremo mai notizia di quei due
s’amarono prendendo aria da un inizio?
un petalo cade ancora, lieve.

© federica sabbatini, 21 gennaio 2014

giovedì 16 gennaio 2014

non era ancora estate che già udivo sudare un amore


il tramonto ha steso i colori mentre m'ascoltava.
non era ancora estate che già udivo sudare un amore
e avvertivo scolare inutili risposte dalle grondaie nei giorni di pioggia.
qua e là qualche persona a ricordarmi di non esser sola;
qua e là qualche ricordo a farmi ritrovare gravida di dire.

poesia! ti ho letto così tante volte ad alta voce da farmi creder pazza
e mentre ti urlavo nel silenzio di queste vie tu m’inondavi fino
a far smarrire il pianto d’ogni cane randagio nel far giorno
e mentre Il respiro della tramontana entrava nella pelle
ogni brivido s'impiccava inebriato nell'attesa di un verso.

si resta sospesi sempre un po' quando ci s’accorge
che tutto è solamente finzione.  Il sole si rimette alla vita
(il cielo: il suo sudario). Ogni pena s’aggrappa allo scirocco
che calmo rientra a riportare il calore disperso delle grida
io m’accascio al tuo fianco sfinita di te che m’hai avuto senza pretendermi.

© federica sabbatini, 13 gennaio 2014

Inizio modulo

venerdì 29 novembre 2013

In quell'altrove.


È che ti amo così tanto da poterti tenere stretta in un pugno  ancora oggi che di oroscopi ne sono passati a non designarci un destino. È che vorrei che tu fossi la mia prolunga, la parte di me che non riesco a completare anche se so che non potrai mai essere la somma dei miei errori e che anche tu dovrai crescere le tue inesattezze e sottrarre i dubbi per averne ancora e ancora.

È che ti amo così tanto da vacillare di fronte ogni tuo dolore e che potrebbe impazzire ogni mio avvenire se tu decidessi di lasciare il nostro dove, che non è un luogo, che non ha dimora, che vive in quegli istanti in cui ci si abbandona alla vita.

È che ti amo così tanto da volerti insegnare tutto ciò che so e poi rifletto e mi dico che non conosco poi molto e che forse potrebbe bastare la carezza che ogni tanto posso lasciarti sul bordo di un sorriso a indicarti la strada.

È che ti amo così tanto che io resterò sempre in quell’altrove e sai anche di quei fogli che non leggi, ma in cui io m’imprimo a incidere gli attimi e a scolpire ogni passaggio e a ficcare dentro il mio andare. Ci sono molti altrove in cui mi potrai riconoscere e in cui sono passata in silenzio anche solo con l’ausilio della poesia che inciampa su quelle persone che hanno molto da dire e una voce che bastona chi legge dentro.


29 novembre 2013

lunedì 25 novembre 2013

quel che cerco vive riparato negli istanti


era solo un palpito,
ma ascoltando quel battito
mi accorsi che colava dal soffitto un noi
(rari gli attimi in cui ci si sente)
ogni mia radice non chiedeva acqua
ogni oggetto perdeva il suo ricordo
e ogni frammento aveva un senso compiuto:
quel che cerco vive riparato negli istanti!
… un minuto dopo torno ad inseguire.


© f.sabbatini, 25 novembre 2013

venerdì 22 novembre 2013

Spero che un giorno capirai e quel giorno io sarò lì poiché non sono mai stata altrove.

[…]

Spero che un giorno capirai e quel giorno io sarò lì poiché non sono mai stata altrove.

Sono sempre stata nel tuo centro, anche quando sembrava che lì ci fossi tu a spaventarmi la vita. Oggi, forse, ti distrai con la tristezza e piango perché non vuoi capire che chiudere il dolore entro se stessi fa impiccare ogni dolce visione.


Era novembre anche l’anno scorso e magari nell’abbraccio c’era un po’ di rabbia in meno e forse già a metà di quel mese pensavi che non era possibile andare oltre.

Era novembre anche un anno fa e faceva più freddo. Ricordo bene che nella voce c’era ancora un po’ d’infanzia e nelle mani una carezza che so ritornerà fra qualche novembre in più a lambire senza inerzia una scusa vera.

Un giorno, magari sempre in un novembre, capirai! Ne sono certa. E potrai trovarmi in ogni altrove e cancella ogni inutile rimpianto giacché non abbiamo mai smesso di volerci bene. Sono solo gli anni che, bastardi, scorrono veloci e non ci danno il tempo di comprendere il valore degli istanti.

                                          […]


giovedì 14 novembre 2013

... e quando sarà.


e quando sarà che diverrò violino d’adagiare lungo il pendio della vita
fa sì che io possa ancora attraversare mari, città, versanti e parole confuse;
fa che ogni vento possa condurmi presso un accordo stonato

e che il mio conto con la vita resti aperto come un bar del centro
fino a tardi, finché il vino c’è, finché l’ubriacatura bastoni ogni cuore
di quell’ebbrezza di cui i poeti non riescono a disfarsi.            

scomponi il mio corpo fino a condurmi in ogni porto e in ogni stazione:
che possa perdere ad ogni arrivo il treno che mi restituisce il nero
e che ogni attracco sia impossibile per colpa delle maree.

rendimi polvere e rendimi alla deriva, ruba un verbo per amarmi ancora una volta
mentre nulla resterà eterno se non qualche ricordo prima che sopraggiunga il dimenticare
da spolverare da ogni piccolo oggetto che rintanerai per non ascoltare più questa voce.

e ti parrà di sentire ancora un violino stonato che vomitava parole a separare la vita.

© federica sabbatini, 14 novembre 2013


martedì 12 novembre 2013

nel modo più intimo di una donna (poesia federica sabbatini - disegno Maurizio Barraco)


Disegno Maurizio Barraco


e vorrei dirti
– sto pensando a te nel modo più intimo di una donna –
con la pelle attorcigliata nell’istante di un sospiro
e le labbra aperte, solo un po’, a non soffocare
la visione di un caldo e freddo aspettare che tu sia qui

e non ho vergogna
- l’infondato risiede entro chi non trasuda il vivere –
quel cancello l’ho scavalcato in pieno giorno
e al di là solo vita piena, partenze e ritorni e bisogno di dire
oltrepassato non si torna indietro e non lo si vuole.

c’è una radio che cinguetta
- è quella dell’infanzia e del profumo di ginocchia macchiate d’erba –
musiche a ricordarmi l’importanza dei miei seni
e che non c’è il di dentro senza un di fuori
un intimo finire e chiudere i miei occhi per agognare i tuoi.

© federica sabbatini

martedì 5 novembre 2013

di là c'era il mare, di là potevo esserci io...

foto federica sabbatini
squarcio dall'isola di Othoni



ricordo che tremai innanzi a quell’apertura
di là c'era il mare, di là potevo esserci io
di là poteva anche nascere la piena di quel fiume
che scorre nelle tue vene, quando, a volte,
ti avvicini e avverto (quasi) di morire.

ricordo che restai ferma dietro quel contrasto
di là c’era un colore di cui non ricordo il nome
di là confidai nel possibile e mi fidai delle mie visioni
ti disegnai con tinte sconosciute e, compresi,
che è difficile vestirsi di me.

di là crollò ogni rosso e nacque il grido.


© federica sabbatini, 04 novembre 2013 

domenica 3 novembre 2013

Chiedo Scusa

Video e foto federica sabbatini
voce Daniela Cattani Rusich

Chiedo scusa,
per il fastidio dei miei occhi,
dei miei sorrisi, delle mie parole.
Chiedo scusa per mie urla
se a volte osano fuggire,
delle mie mani che tremano
abbracciando un giorno.
Chiedo scusa se spesso piango,
se unitamente scrivo cose insensate
se mi azzardo a guardare le nuvole,
se cerco di intrecciarmi con l’amore.
Chiedo scusa dei miei sogni,
dei miei vorrei, innanzitutto,
che infastidiscono oltremisura.
Chiedo scusa se a volte afferro un bicchiere,
se fumo una sigaretta di più,
se ogni tanto la mia fragilità
si specchia in una lacrima,
mi scuso delle mie occhiaie,
del viso non truccato,
di quel brufolo in più,
dello smalto rovinato.
Chiedo scusa se asserisco che vorrei andarmene,
se provo a sopravvivere,
se cerco un orizzonte diverso dal vostro.
Chiedo scusa se a volte provo a chiedere,
se inseguo un istante di serenità
se mi perdo coi pensieri nelle vie del mondo.
Chiedo scusa delle mie illusioni,
di ciò che non devo aspettarmi,
dei tramonti inventati da finestre differenti,
di momenti che vorrei arrivassero.

Chiedo scusa se, a volte, provo a desiderare.


©federica sabbatini, 01 maggio 2012

Tratta dal libro "Perdonate il Bianco e il Nero" Onirica Edizioni




giovedì 24 ottobre 2013

fai di me il tuo verbo (poesia federica sabbatini - disegno Maurizio Barraco)

Disegno Maurizio Barraco
coniugami, ti prego!
fai di me il tuo verbo
in questa assurda prima persona
senza privarmi del tempo infinito

prendi il mio anulare
e tocca a stento questa casa
fino a non promettermi nulla d’eterno,
ma solo una lunga notte e a seguire tante altre
e di fronte quell’isola che lusinga
la possibilità di un recarsi e dimenticare.

ma tardi a restituirmi
e forse non verrà mai domenica
così non potrò indossare il vestito nuovo
e il tuo calore pieno resterà solo un prestito.


© federica sabbatini, 24 ottobre 2013

domenica 18 agosto 2013

“è che tu rubi ogni sospiro” (Isola di Othoni) - poesia e video

foto federica sabbatini
scattata presso l'isola di Othoni

“è che tu rubi ogni sospiro”.

non credevo che esistesse l’irreale
al di fuori della poesia
né un bianco così acceso di un cipresso
a innalzare l’azzurro.
un tramonto mi arginò l’anima e mi rese
un pensiero mai avuto:
non riuscì a guardarmi dentro senza mentirmi
e ingannavo un futuro
mettendo pietre a costruire un miraggio.

strade in salita e tratti celati,
il sole che rende un profilo.

non posso che essere una macchia
su quest’orizzonte che accoglie ogni rimpianto:



“è che tu rubi ogni sospiro”,
ti urlai senza che altri udissero.


mi spalmai sulle labbra ciò che avevo dentro
e solo tu m’intuivi.
sai che nel seno mi crolla sempre un indefinito.

un blu che diviene onda ogni qual volta respira il vento
e, io, al suo cospetto, sciolgo le mani a farne spuma


(cerco d’imitarlo)


ma ricalcare il suo essere potrebbe erigere la mia pazzia

e mi faccio sagoma per inghiottire ogni fiato che mi ruba.

gli rendo la preghiera che feci a Dio.      

e insistevi a dirmi che nulla eguaglia quegli scogli
e che null’altro potrebbe impiccare un fiato
e io ti lasciai dire mentre non rifugiavo i capelli dal vento
e li lasciavo annodare come fossero cime
e pregavo.

 pregavo che ogni fluire restasse incastrato in quell’orizzonte.
non credevo che fosse così bello impazzire
mai avrei immaginato di soffocare ogni rimpianto
mai avrei desiderato morire altrove
e mai avrei creduto che l’amore avesse le sembianze di un’isola.

mi ritrassi surreale in qualche pietra e dimenticai i gabbiani
appoggiandoli su quella panchina e nelle finestre dal doppio orizzonte

in quanto qui tutto dimenticai, perfino quel ritratto sbadato,
che aspetto mi venga fatto
non seppi più cos’era un perdono e nonostante parlassi
in realtà era un silenzio
che dal faro alle case dirompeva nel mio petto.

non esistevano ore e non esisteva più alcun percorso
e mi stupii di quel verde a cadere in case dismesse
e degli ulivi alti a lambire i sogni.

© federica sabbatini